giovedì 9 febbraio 2012

Sesso e sapone


"A me piace fare sempre una doccia prima di uscire di casa. Non si sa mai, in caso dovesse capitarmi un'avventura ci tengo a essere pulita". Certe telefonate radiofoniche, ascoltate dopo la mezzanotte con i fari dell'auto che tagliano il buio, contribuiscono ad alzare la temperature di queste notti siberiane. Lei si chiama Lucia. E non so perché avesse chiamato in diretta a radio deejay (a proposito, tra i momenti di trascurabile felicità ci metto senz'altro le chiacchiere ascoltate alla radio dopo la mezzanotte). Fatto sta che, ad un certo punto, se n'è uscita con questa frase, pronunciata con invidiabile naturalezza. Confesso che il primo pensiero è stato: ma dove diavolo si nascondono le Lucie? Donne che mettono in conto la possibilità di lanciarsi in un'avventura se ne hanno l'opportunità e soprattutto la voglia... Esistono solo in radio?


Confesso che in tutta la mia vita io, di Lucie, non ne ho mai incontrate. Certo, qualcuno potrebbe obiettare: le Lucie cercano avventure piacevoli non storie dell'orrore. E questo lo capisco. Penso però di essere potenzialmente piacevole (di sicuro invornito, come direbbe un mio amico, ma spiacevole proprio no) eppure mai, e quando dico mai intendo mai, mi è capitato di conoscere una Lucia fresca di doccia che mi abbordasse con qualche scusa banale, del tipo: io uso sapone di karitè. Vuoi assaggiare?


Si, mi rendo conto che queste mie riflessioni potrebbero dare una sensazione sbagliata, magari di essere dettate da una punta di invidia e un rametto di rammarico... il fatto è che è proprio così. Cioè, voglio dire: avrei volentieri approfittato della mia giovinezza per dar sfogo alla leggerezza che dovrebbe accompagnare quelle pagine della nostra vita e indovinare, almeno una volta, il tipo di sapone usato dalla sconosciuta incontrata per caso.


Il fatto che l'avventura messa in conto da Lucia avesse a che fare con il sesso rende, ovviamente, più piccante e stuzzicante l'argomento. Ma la riflessione è valida anche se il sesso non c'entrasse nulla. L'idea di uscire di casa predisposti ad abbracciare e accogliere ciò che il destino e il caso decidono di presentarti è di per sé trasgressiva e terribilmente affascinante. Quante volte accettiamo di regalarci l'opportunità di seguire l'istinto per puro piacere o sana curiosità? A congelarci, ancor più di questa ondata di gelo, è la nostra paura di perdere il controllo. E così neghiamo a noi stessi lo sbaglio (e quindi la capacità di imparare) ma pure l'ignoto e l'imprevisto. Chissà come sarebbe più facile la vita se, almeno una volta, ci convincessimo che se qualcosa accadrà non necessariamente dev'essere negativa.


S'è fatto tardi, devo andare... prima di uscire di casa penso mi caccerò sotto la doccia. Karitè?

sabato 4 febbraio 2012

Di norme e di emozioni

La legge non può essere scritta sulle spinte emotive... e pur convinto della necessità fisica di evirare gli stupratori, categoria a delinquere verso la quale nutro un profondo e radicato disgusto, devo andare controcorrente rispetto alla bufera che il web ha scatenato contro la sentenza della Cassazione che esclude il carcere obbligatorio per coloro che sono (n.b.) accusati (e non condannati) per il reato di violenza sessuale di gruppo.

La nostra Costituzione prevede paletti - indispensabili - alla limitazione della libertà personale. Tanto che, per mettere in galera un indagato, un giudice deve scrivere i motivi per i quali ritiene di dover applicare la custodia cautelare in carcere. Un principio che non vale per il reato di associazione mafiosa, non già e non solo per la gravità del reato ma per sollevare il giudice dall'onere di una decisione che potrebbe essere in qualche modo viziata dal pesante condizionamento che le mafie, di per sé, sono in grado di attuare.

Un'eccezione che, è chiaro, non vale per un reato ugualmente grave e odioso come la violenza sessuale di gruppo. Se la Cassazione avesse deciso diversamente da come ha fatto avrebbe violato due o tre principi costituzionali: ovvero i principi di adeguatezza, proporzionalità e graduazione, che regolano, in via generale, l’esercizio del potere cautelare.

Se dal punto di vista emotivo considero la sentenza un delirio assoluto, come appartenente a uno Stato di diritto quella sentenza mi dà speranza... perché quando le norme vengono scritte sulla spinta emotiva, quando quella spinta deraglia verso emozioni antidemocratiche tutti corriamo un pericolo enorme..

Ora chi vuole è autorizzato a insultarmi.

Per chi vuole approfondire: qui la sentenza - qui la pronuncia della corte Costituzionale

sabato 28 gennaio 2012

La regola in mutande

Le regole, spesso, sono come le mutande: elastiche. Quante volte da bambino mi è capitato di spostare i paletti di ciò che era già deciso per avvicinare la ragione a me, piuttosto che fare come Maometto e andare io verso di lei.
Ma, mi son sempre detto, erano cose da bambini.

Ora accade che il Comune di Cantù abbia lanciato sul proprio sito internet un sondaggio per trovare il nome di una nuova piazza. L'amministrazione aveva deciso di far scegliere ai cittadini a chi intitolarla. E aveva anche fissato regole certe: ogni mail un voto al massimo, si possono esprimere preferenze non oltre il 27 gennaio. Tutto chiaro. Anzi no.

Perché accade che a vincere il sondaggio sia stato l'outsider che nessuno si aspettava: Giorgio Bocca. E chi mai avrebbe pensato che tra una famiglia di canturini doc, un monsignore e un cardinale spuntasse fuori il nome di un ex partigiano e giornalista? Non che la cosa conti, sia chiaro, ma a puro titolo di informazione è giusto accennare al fatto che la giunta canturina è guidata da un sindaco leghista.

Chiuso il sondaggio - dicevo - il vincitore risulta essere proprio Giorgio Bocca. A Cantù la prima piazza a lui intestata? Macché. Con un colpo di teatro, infatti, il comune ha cambiato le regole del gioco: "terremo conto anche dei voti raccolti nel sondaggio del quotidiano La Provincia". Una modifica delle norme a conti già fatti giustificata così: in Italia non si può intitolare la toponomastica a chi è morto da meno di 10 anni. Vero, ma soltanto in parte. Perché sul tema il prefetto può tranquillamente autorizzare deroghe, che non sono mai mancate (si pensi, solo a titolo d'esempio, alle vie intitolate a Giovanni Paolo II).

Paletti spostati, insomma, senza neppure far finta di tentare un approccio con la Prefettura sul tema, tanto da capire se la volontà popolare espressa nel sondaggio potesse essere rispettata.

Come i miei amici ed io tanti (troppi) anni fa, anche il Comune di Cantù ha addottato il modello mutanda alle sue regole. E, come allora, anche oggi mi dico: saranno cose da bambini.

mercoledì 25 gennaio 2012

Il Paese delle meraviglie

In una giornata così percorrere l'Italia in treno, da Milano e Roma, è un po' come ritrovarsi nella tana del Bianconiglio. Questo Paese è meraviglioso. Così speciale che ti fa ancora più rabbia pensare ai tanti, ai troppi che si impegnano con i fatti a denigrarlo, a trasformarlo nella terra dei balocchi e della farsa. Osservare le istantanee che il finestrino del treno di regala è un po' come ritrovare un motivo per innamorarsi di nuovo di questo Paese e di "questo tempo sbandato" e tornare a sperare in un "futuro che viene a darci fiato".



lunedì 23 gennaio 2012

Dimmi chi sono



Oggi ho iniziato a scrivere... non so questo dove mi porterà, anche perché conosco l'inizio della storia ma non la sua evoluzione e la sua fine. Forse, come spesso mi è capitato, la strada semplicemente si interromperà, come un sentiero abbandonato. O, magari, mi riserverà sorprese inedite. Sento bisogno di una ventata di novità e di rimettermi in gioco...

venerdì 20 gennaio 2012

Il dolce sorriso della morte

Da che ho memoria potrei giurare di averlo sempre visto sorridere. Un fiume in piena di parole e di buoni sentimenti, di ricordi e di pensieri profondi resi leggeri e piacevoli da ascoltare. Era il barbiere del paese. Conosceva chiunque e chiunque conosceva lui. Si davano tutti del tu, perché nei paesi è così che si fa: si bada al sodo, senza formalismi. Ho un ricordo lontano e confuso di quella sua bottega in cui, ne sono certo, barba e capelli erano solo una scusa per scambiare con lui qualche parola. Spesso politica. Più spesso ancora vita comune, la famiglia, i figli. Bastava il suo accento, caldo e schietto, a metterti di buonumore. Dovessi contare le ore che ho trascorso in sua compagnia mi accorgerei che sono state davvero poche. Colpa di una distanza esclusivamente geografica che non ha mai coinciso con quella curiosa sensazione che ti regalano le persone speciali: immaginarle sempre vicine.
Alcuni anni fa, di passaggio, non ci siamo ovviamente fatti mancare una visita. C'era nostra figlia da far conoscere: è stato amore a prima vista. E in fondo accade sempre così: i bambini hanno un sesto senso per le persone, senso che chissà perché viene messo a tacere con il passaggio all'età adulta. Ma che, quando si è ancora bimbi, ti fa giudicare subito, con naturalezza, chi hai davanti. Abbiamo trascorso due giorni di naturale piacevolezza. Al punto che avremmo pagato per continuare le ferie lì, avvolti da una spontaneità di rapporti che la quotidianità ci nega. A dimostrazione che i sorrisi sono contagiosi non c'è persona della sua famiglia che non conosca l'arte della felicità, quella che rende grandi le piccole cose. E con chiunque di loro ogni occasione di incontro è un regalo.
La morte lo ha sorpreso a novant'anni e, sono pronto a scommetterci, con il sorriso sulle labbra. Una vita come la sua è una storia da conservare, da coccolare, un ricordo che la morte non cancella. È un racconto di cui chiunque sarebbe felice esserne protagonista. Eppure la notizia della sua morte mi ha fatto male. Per quanto ovvia, naturale, scontata e perfino dolce la fine, l'idea di non sentire più il suo "apetto" tossicchiare come per annunciarne l'arrivo mi rende malinconico. Inutile negarlo: il peso standard dell'anima sarà anche stato calcolato per tutti in 21 grammi, ma ognuno di noi ha un suo peso specifico. E il suo era incalcolabile, soprattutto in un tempo come questo dove il valore di una persona non lo si valuta più dai sorrisi che sa donare ma dai budget che sa amministrare. Salvo poi accorgersi che, giunti al capolinea, è di persone come zio Vito che sentirai, per sempre, la mancanza.



mercoledì 18 gennaio 2012

Capitani coraggiosi


Siamo un popolo Tafazziano. Amiamo denigrarci, martellarci con ardore i coglioni, svalutarci alla stregua di monete false, siamo lo Standard & Poor's di noi stessi. La storia della Costa Concordia lo dimostra. Di fronte al peggio e al meglio dell'Italia, noi abbiamo scelto a immagine e rappresentazione del nostro Paese l'Italia. E' vero, gli Schettino imperversano. E' la prevalenza del cretino che, questo va detto, forse da noi più che in altri posti sa scalare posizioni di potere magari a scapito di persone più valide. Quel suo: "Comanda', siamo stati catapultati in acqua" per giustificare la fuga dalla nave piena di gente suona come l'assurda giustificazione che ognuno di noi si tiene in tasca credendo di poter così uscire da un vicolo cieco.
Ma qui, in questo mio angolo di vita, vorrei sottrarmi per una volta a questo esercizio di autodenigrazione. E gridare al mondo che l'Italia, quella vera, quella che sogno da quando sono ragazzo, non è l'Italia degli Schettino. Ma è il Paese dei sommozzatori che si infilano a cercar cadaveri nella pancia di quella spaventosa balena spiaggiata, dei vigili del fuoco che scalano le viscide pareti di una montagna di morte, dei soccorritori che la notte del naufragio hanno navigato in senso inverso al comandante della Concordia, dei De Falco, dell'operatore della Capitaneria di Livorno che subito ha compreso che qualcosa di grave stava accadendo, degli uomini dell'equipaggio che non sono fuggiti, ma sono rimasti lì ad aiutare i passeggeri. L'Italia, quella vera, l'ho vista in Abruzzo dopo il terremoto dell'Aquila. Per giorni sono stato accanto a persone come Giovanni, Stefano, Franco, Michele, Francesca e tantissimi altri capitani coraggiosi per i quali gli altri, in quel momento, venivano prima di se stessi.
No, rifiuto questa logica perversa in cui la prevalenza degli Schettino rappresenti l'immagine dell'Italia. Questa tragedia così simbolica dovrebbe anzi spingerci a fare ciò che non è stato ancora fatto: cambiare decisamente e finalmente rotta per evitare il naufragio. La Concordia no, ma noi siamo ancora in tempo.

giovedì 12 gennaio 2012

Il ritmo frenetico della vita

La piena soddisfazione di se stessi e della realtà che ci circonda è un bersaglio incapace di stare fermo. E' un compagno di giochi che condivide con noi un'altalena, ma che ogni volta si trova in una posizione differente dalla nostra: quando saliamo lui scende e viceversa. 
Quando ero ragazzino ricordo che guardavo, con il curioso desiderio di chi vorrebbe essere già nel futuro, telefilm come Spazio 1999. A rendere meno surreale l'assurdità della trama c'era quella data, all'epoca così lontana eppure afferrabile. Scavalcato quel 1999 con la consapevolezza che nulla era cambiato, e che quindi tutto sarebbe stato differente, ho cominciato a guardare con nostalgia al passato. Ma non quello vissuto, no... bensì un passato ancora più remoto. Dalle navicelle spaziali ai calesse e ai carri della Londra di Sherlock Holmes. Di quell'epoca, oggi, invidio i ritmi e i tempi necessari per fare. Invidio anche il potere del poco che dava un po' più di gusto alle cose.
Ieri mattina, mentre caricavo i giornali sull'iPad, mi sono reso conto di aver perso la capacità di dare al tempo il giusto valore. I 35 secondi per caricare Repubblica mi sembravano eterni. I 25 per la Provincia insopportabilmente lenti. E mentre leggevo un titolo mi fiondavo già verso un commento che avrei potuto trovare su internet. Anche ora, qui davanti al computer, mi rendo conto di essere vittima di questo virus informatico. Mi sono seduto per scrivere, ma mentre aspettavo che un'idea si formasse mi ero già messo a cercare tra social forum, mail, siti internet chissà cosa.
Sarà che, rientrato dalle ferie da appena tre giorni, sono già riuscito a collezionare 35 ore di lavoro, ma davvero se avessi una macchina del tempo a portata di mano mi regalerei una vacanza in un'epoca meno frenetico. Ben consapevole che la piena soddisfazione di ciò che sono e che ho, alla fine, dipende quasi unicamente da una cosa: da me e dalla mia capacità di sorridere alla vita.

mercoledì 11 gennaio 2012

Note del cuore



Un suo soffio, un nostro sospiro. Un suo respiro, un'attesa in apnea. E poi ancora un soffio, un sbuffo, un alito di vento che si fa nota e che, nota dopo nota, si fa melodia, emozione, bisogno di risentire, di riavvolgere il nastro per credere che quell'emozione non finirà mai, proprio come la canzone che l'ha scatenata. Oggi Big Man, al secolo Clarence Clemons, avrebbe compiuto 70 anni e su internet girano le immagini dei suoi assoli. Mi sono fermato ad ascoltare ancora una volta Jungleland, per rendermi conto che, per quanto riavvolga il nastro, il sapere di non poter più ascoltare dal vivo quel suono, quella melodia, quella poesia, quelle emozioni mi manca... e tanto...

La belva



La sola cosa che aveva capito della vita era che non esistevano certezze. Aveva pensato per anni che questo fosse vero solo per quegli eventi originati al di fuori di sé e sui quali era impossibile intervenire personalmente o, semplicemente, esercitare il proprio arbitrio. Da qualche giorno quella certezza era crollata. Si era sbriciolata di fronte all'incapacità di dettar legge ai proprio istinti più bassi, una bassezza che non era legata a questione morali quanto fisiche. In pochi giorni aveva messo in discussione tutta un'esistenza, costruita passo per passo, con scelte pensate e ponderata, realizzata attimo per attimo, con passione ma soprattutto con la testa. Aveva vissuto con la paura che qualcuno o qualcosa potesse un giorno distruggere quella costruzione attorno alla quale aveva eretto barriere e protezioni, ma mai avrebbe pensato che quel qualcuno potesse essere proprio lei... non aveva fatto i conti con la forza del libero arbitrio, dell'istinto, di quella parte animale che vive dentro ognuno. Una belva solo all'apparenza sopita, ma sempre pronta, in ogni istante, a sbranare ragione e razionalità... una belva capace di saziarsi solo di emozioni, alla quale piace fingersi preda, sentirsi desiderata, partecipare alla caccia come premio finale. Nascondersi e fuggire ma mai abbastanza, così da essere trovata e, finalmente, catturata. La belva si era risvegliata... e la vita per come la conosceva aveva conquistato nuove certezze. (...)

giovedì 22 dicembre 2011

L'invidia del pene



Avrei dovuto scrivere un altro post, oggi... poi mia moglie mi ha chiamato per raccontarmi di una conversazione avuta a pranzo con un'amica sulla manovra economica, la patrimoniale, la tassa sul lusso, l'evasione fiscale e mi sono infervorato. 
Tralascio i particolari, le sfumature (che sono comunque sempre importanti, ma non è questo il luogo e il momento), i ragionamenti che hanno dominato la conversazione tra un rutto e un singulto. E mi concentro su un'affermazione, una semplice, solitaria, vacua osservazione: "In fondo che senso ha tassare i beni di lusso? La verità è che questa è solo invidia del ricco e basta...". Di scuse, da parte di chi la crisi non la vede neppure nei telegiornali (figurarsi se la vive), per giustificare il pervicace arroccamento a difesa dei propri privilegi ne ho sentite molte. Ma questa, forse, le batte tutte. 
L'asserita invidia del pene traghettata in campo fiscale mi ricorda tanto quei compagni di scuola che si vantavano di misure stratosferiche per dover giustificare l'assoluto deserto neuronale ed emotivo delle loro esistenze. Un deserto che, in fatto di emozioni che non siano legate all'acquisto di un capo d'abbigliamento griffato, domina gli orizzonti di coloro che sventolano "l'invidia del ricco" per protestare contro le tasse sulla Cayenne, la barca, le seconde e terze ville. Si tratta degli stessi protagonisti di quegli slogan alitati in faccia a una miseria che temono possa essere infetta: i negri a casa loro... no, non sono razzista: ma quelli qui non devono venire, è casa nostra.
Bene, cara amica. A te e a chi s'è scordato, come te, l'insegnamento di Gandhi "sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo", ricordo che l'auto di grossa cilindrata, la barca, le case, la scuola privata, i viaggi, le cene in ristoranti di lusso, lo shopping nei negozi di marca, un camino acceso nelle sere d'inverno sono il frutto di un seme, piantato anni fa, che si chiama "caso". Solo una semplice, pura, banale botta di culo ha fatto sì che tu nascessi qui e non in un villaggio sperduto dell'Africa, o peggio in qualche sobborgo di una grigia metropoli cinese senza democrazia né sorrisi, o in una baracca dello slum di Bombay... solo la stessa fortuna che permette a me di essere qui a scrivere questo post davanti a un computer che mi sono potuto comprare con i miei soldi e accanto a un calorifero che allontana il freddo di cui ho la fortuna di poter pagare il funzionamento, separa noi da quell'odiato immigrato che allunga la mano in cerca di aiuto... o che divide noi da chi la sera vaga alla ricerca di un pasto caldo e di un luogo dove dormire. Invidia del ricco? Manco per il cazzo. Soprattutto quando il ricco si dimentica che una persona non è il suo conto in banca, ma quello che gelosamente custodisce nel cuore. Una ricchezza che nessuno potrà mai tassare. Buon Natale!!!


ps se hai avuto la pazienza di leggere questo sfogo, l'avrai anche per leggere il meraviglioso reportage di Michele Sada pubblicato sulla Provincia di Como oggi... buona lettura 

mercoledì 21 dicembre 2011

Momenti di trascurabile felicità /2

Andare alla recita di Natale di mia figlia e accorgersi che sta diventando una signorina, ma non ha perso il suo sorriso...


Una chiacchierata con un'amica che non sentivo da mesi, per scoprire che il tempo certe affinità non le cancella...


Una tisana sorseggiata a mezzanotte in cucina con mia moglie, per farsi beffe della frenesia del giorno...


Il suono contagioso di una risata...


Sapere che alla faccia della crisi c'è ancora chi dona e che lo fa con il cuore (grazie al misterioso amico di Olivia e Lucio)...


...sono momenti di felicità sintetici, quelli di oggi...

martedì 20 dicembre 2011

Leggero



Ho notato una smorfia di rabbioso disappunto sul volto di un automobilista: era appena scattato il rosso. Ho visto labbra che avevano perso la capacità di sorridere per una delusione d'amore. Ho udito parole di sconfortato abbattimento pronunciate da una madre: il figlio, a scuola, non andava come lei desiderava. Alla domanda: "come stai?", mi sono sentito rispondere: "Di merda, grazie", senza che ancora sia riuscito a comprendere quali origini avesse quel maleodorante flusso di produzione intestinale. Ho letto di fascisti che sparano a ragazzi senegalesi per via del colore della loro pelle. Di uomini che abusano sessualmente delle donne. Di ultrà che incendiano le capanne dei rom... e mi chiedo: ma dove abbiamo smarrito quella leggerezza che la maggior parte di noi ha conosciuto da bambini? Dov'è finita la capacità di sconfiggere con un sorriso le difficoltà quotidiane? Quando ci siamo arresi preferendo la via più comoda, ma infinitamente più grigia, del lamento piuttosto che accettare lo sforzo di passeggiare lungo una vita di colori e musica? In quale momento della nostra esistenza abbiamo accettato che le nostre ali si atrofizzassero e, malinconici, abbiamo preferito impantanarci come il gabbiano nella foto anziché librarci in volo? 
Ho voglia di sentirmi leggero... e di vivere leggero... una leggerezza che non sia banalità, ma profonda, sincera, autentica e gioiosa voglia di ballare con la vita. Sento il bisogno di sorrisi, di ottimismo, di contatto umano.
Se fossi al governo, una volta aggiustato i conti, inizierei a occuparmi delle cose serie della vita e decreterei:
1. ogni essere umano deve dedicare la sua giornata più a sorridere che a lagnarsi
2. è vietato rispondere che la vita fa schifo...perché non è vero
3. ognuno ha il diritto/dovere di riempire la propria esistenza di musica: musica in auto, per strada, sui luoghi di lavoro, nelle scuole
4. chiunque ha anche il diritto/dovere di perdersi nel silenzio, per ritrovarsi
5. sesso, amore, sesso e ancora amore + sesso... ma che siano gioiosi, assolutamente consenzienti e meravigliosamente appaganti
6. tutti, dai bambini agli anziani, hanno il diritto a ricevere un abbraccio almeno una volta al giorno, meglio se una volta ogni ora
7. è fatto obbligo a ognuno di ritrovare la gioia del contatto con gli altri e di riscoprire la bellezza di una sana chiacchierata a cuore aperto...
8. il lavoro nobiliterà anche l'uomo, ma la vita è anche altrove: non dimentichiamolo mai!
9. .... 
10. riempite a piacimento le righe del punto nove, l'importante è che alla fine di quell'attività voi e gli altri abbiate conquistato un nuovo motivo per sorridere...

giovedì 15 dicembre 2011

Momenti di trascurabile felicità

Scippo l'idea al libro che sto leggendo per coniugare all'io quell'elenco...


...quando sono sotto la doccia e l'acqua si fa calda... e fuori comincia a suonare il telefonino e io, assieme alle gocce d'acqua, mi lascio scivolare di dosso anche l'intenzione di rispondere...


...il profumo di un camino appena acceso, almeno fino all'istante in cui non realizzo che non è il mio camino, perché di camini io non ne ho...


...l'elenco degli aerei in partenza. Adoravo i vecchi tabelloni degli aeroporti, quelli fatti con le caselline di lettere che ruotavano all'impazzata quando c'era da cambiare il cartello. Restavo lì, con il naso all'insù, a scegliere il mio volo, la mia destinazione. E poi quando, una volta scelto, mi accorgevo che era in orario. Anzi, meglio, che era scattato l'imbarco immediato...

mercoledì 14 dicembre 2011

Buona giornata sarai tu...

Apro il giornale... C'è scritto che Diop e Samb sono stati ammazzati da un razzista imbevuto di odio. Leggo di una granata lanciata da un pazzo tra la folla, un bimbo di 2 anni morto. C'è l'intervista alla ragazzina che ha accusato i rom di averla violentata. E poi la storia di quel poliziotto che ha rapito l'amico del figlio quindicenne perché rovinato dai videopoker aveva bisogno di soldi. Chiudo il giornale e vorrei lasciarmi croggiolare nell'autocommiserazione di una giornata piena di pessime notizie... Poi vedo mia figlia fare le smorfie allo specchio e torno a sperare. Perché so che lei sarà sempre la mia buona giornata.



mercoledì 7 dicembre 2011

La marea



Confesso di essere stato sul punto di commuovermi, ieri sera. 
La scena: arrivo alle 20.30 all'oratorio di Rebbio, a Como (dove un meraviglioso prete riesce nel miracolo di ricordare agli scettici come me dell'immenso valore della Chiesa quando mostra il suo lato migliore) e ad accogliermi c'è una sala piena di sedie rosse disposte in semicerchio attorno a un tavolo e a un paio di sedie dello stesso colore, ma rivolte nel verso opposto rispetto alle altre. Penso: non si riempiranno mai. 
E' un tarlo con il quale convivo da sempre, questo: pensare che tutto sommato io non abbia cose così interessanti da raccontare (giuro che non è falsa modestia). In ogni caso davvero mai avrei pensato che quella sala si riempisse per sentirmi parlare di ndrangheta, di giustizia, di legalità. In un martedì sera qualsiasi. Quattro gradi centigradi e poca voglia di abbandonare il tepore della propria casa.
Invece la sala si è riempita. E le sedie non sono bastate. 
Quando alle 21, dopo aver opportunamente coinvolto l'amico Massimo, ho attaccato a parlare... ho sentito un groppo in gola. Non era l'agitazione di chi ha paura a confrontarsi in pubblico, ma vera e propria commozione. Un misto di egoistico orgoglio, di stupore, di gratitudine. Con un'aggiunta di speranza: quella di vedere così tante persone interessate a discutere di come si può cambiare questo Paese seguendo una morale, un'etica, una giustizia, mai al di fuori della legalità. Speranza dettata dai tantissimi giovani presenti. Se tu li avessi visti e sentiti quei giovani: parole pacate, pensieri taglianti, riflessioni acute, un autentico massaggio al cuore. Un inno alle speranza. Uno schiaffo in faccia ai luoghi comuni sui giovani che non hanno valori, sui giovani che non sanno nulla, sui giovani che pensano solo alla moda... 
Quando mi chiedono come sta andando il mio libro, la risposta è: benissimo. Non tanto perché le vendite sbancano i botteghini (tutt'altro), ma perché averlo scritto (assieme a Francesco De Filippo) mi ha regalato la meravigliosa opportunità di vivere serate come quella di ieri (grazie al Coordinamento comasco per la pace), di Mariano Comense, di Cantù, di Villa Guardia. O come quella di Cadorago, di venerdì scorso, organizzata dall'associazione Altrofuturo, che mi ha ricordato quanto sia vera una frase di Einstein: Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l'inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare. Le emozioni che mi hanno regalato, la speranza che mi hanno trasmesso sono come una marea. Dalla quale è bello farsi sommergere. Grazie.

lunedì 5 dicembre 2011

lunedì 28 novembre 2011

La democrazia del sorriso



L'impero del rancore e dell'arroganza vacilla di fronte all'esercito del sorriso. Alcuni segnali, captati con strumenti rudimentali e ardimentosi simili a quelli con i quali negli anni Sessanta si cercavano contatti eterei con gli alieni, mi fanno ottimisticamente pensare che i Dart Fener dell'esistenza siano destinati al fallimento. In tutti i campi.


Lo scrivevo a un amico, che ha sempre fatto del sorriso e del buon umore la sua arma segreta: la democrazia del sorriso, alla fine, saprà trionfare. Perché alla lunga nel buio dell'anima non ci si può che smarrire.


Due episodi (ma potrei citarne anche un terzo) negli ultimissimi giorni mi convincono che la strada è segnata. Il primo ha per protagonisti i residenti di un quartiere di Como dove da anni si dibatte e ci si accapiglia sulla presenza di una moschea o, meglio sarebbe dire, su un luogo dove i musulmani possono esercitare la libertà di preghiera (peraltro sponsorizzata dallo stesso vescovo di Como, che in quanto a sorrisi - per fortuna - non ha nulla da imparare). Nel weekend i leghisti di quartiere hanno indetto il solito banchetto (anni fa erano riusciti a invitare pure un esperto produttore di miscele di gas intestinali e odio in formato cloaca massima quale borghezio) per dire basta ai musulmani, no alla moschea, via i diversi, abbasso i negri e chi più ne ha più ne metta... il banchetto è andato praticamente deserto. Non solo, una commerciante della via, recentemente rapinata, ha anche affisso un cartello all'esterno del suo negozio con scritto: «Chi mi ha aggredito l'altra sera è comasco, italianissimo! Smettiamola di discriminare gli altri quando il marcio è dei nostri». 


Il secondo episodio mi è accaduto ieri, mentre rientravo dopo una passeggiata. Per riuscire a tornare a casa avevo due opzioni: tagliare dal mio giardino percorrendo a piedi, per raggiungerlo, 30 metri di una strada sterrata (senza recinzioni né cancelli) che conduce dopo 350 metri abbondanti a una villa privata, oppure fare 200 metri lungo una strada trafficata, stretta e senza marciapiede sfidando la sorte. Ho optato per la prima scelta, la sola sensata e logica. Al 31esimo passo, dunque già nel mio giardino, si avvicina un'auto con un attempato signore a bordo: «Questa è proprietà privata, di qui non si può passare», dice. Credendo ingenuamente che fosse un modo per difendere da eventuali intrusioni il mio giardino (e non già per berciare su 30 passi percorsi lungo la suddetta strada sterrata) chiarisco: «Abito qui, grazie». Replica: «Non ha capito, questa strada è una strada privata, voi non potete passare di qui». Osservo il viso e lo vedo tirato in modo innaturale, consumato in un'espressione d'odio e di rancore: «Avete capito? Di qui non dovete più passare». Mi sono sentito in obbligo di rispondere al signore: «Buona domenica anche a lei, mio caro signore. Impari a sorridere», che la vita è più bella di come la dipinge lei. 


Lì per lì l'episodio mi ha fatto montare una vampata di rabbia: come si fa a essere così meschini, piccoli, odiosi e fondamentalmente irrazionali (per non dire coglioni) da voler attaccare polemica su un'inezia totale? (Perché tale è, mi piacerebbe farti vedere i luoghi dove tutto è avvenuto per farti comprendere l'assurdità della cosa...). Poi ho pensato che probabilmente quello stesso berciatore di diritti propri e doveri altrui quando è il momento di dichiarare i suoi redditi fa - come troppi italiani - il furbetto derubandomi ogni giorno qualcosina. E ho pensato che probabilmente sarà anche passato con il rosso, qualche volta, e avrà magari pure parcheggiato in divieto di sosta... ma, soprattutto, ho pensato che lui con la sua arroganza, con la sua cieca cattiveria, con quel suo rancore che gli deforma il viso e gli avvizzisce il cuore ci deve convivere ogni giorno. Allora ho provato compassione per lui e  gioia per me, che i muscoli facciali li esercito quotidianamente a restare in sintonia con il cuore: sorridendo.

lunedì 21 novembre 2011

C'è nessuno?



Tre settimane senza aggiornare il blog... sarà che avrei così tante cose da scrivere, da appuntarmi, da ricordarmi e non far scivolar via, che non sapendo da che parte cominciare sto facendo scivolar via... un po' come accade a chi ha troppe cose in mano e all'improvviso iniziano a cadere tutte e non puoi fare altro che allargare le braccia e lasciarle andare.


Da un lato prosegue la mia lotta per non non perdere l'abbraccio della meravigliosa settimana in Burkina Faso: i volti, i sorrisi, le esperienze, le amarezze, le speranze, le gioie, i sogni, le amicizie di quel viaggio... sono sopraffatto da tante e tali emozioni... domenica 11 dicembre sul Mag, il mensile della Provincia, uscirà un reportage del viaggio: un modo come un altro per fermare il tempo.


Dall'altro lato la situazione politica, il nuovo governo Monti, la fine dell'incubo b., la speranza di un Paese nuovo, che pensi più con la testa e meno con l'intestino crasso.


E poi mia figlia, che cresce ogni giorno di più. Che si fa più meditativa, più pensierosa, che è combattuta tra la leggerezza dell'essere bambina e la seriosa (non seria) immagine che noi adulti siamo in grado di trasmettere. Mi piacerebbe dirle quanto sia importante non smettere mai di cullare il bambino che si è stati, perché è in quella parte nascosta e segreta che conserviamo i sentimenti migliori e le cose più belle.


E ci sono storie che fanno pensare, che fanno arrabbiare, che fanno indignare: storie di discriminazione, di intolleranza, di stupidità... e ancora storie di corruzione, di ricchezze sbattute in faccia alla povertà, di intollerabili privilegi...


Ci sarebbero tante cose di cui scrivere, di cui parlare... ma oggi mi sono svegliato con un desiderio semplice, quasi sciocco: quello di battere un colpo, per far sapere a quegli amici virtuali (ma non immaginari) che tengono compagnia da anni che ci sono ancora. Mi affaccio timido, mi guardo in giro e come un bimbo nella notte sussurro: c'è nessuno?

sabato 5 novembre 2011

Che fai te la tiri? Un po', dai...


LIBRI: TUTTA LA VERITA' SULLA MAFIA AL NORD
(di Paolo Petroni).
(ANSA) - ROMA, 4 NOV -  Dopo anni che la narrativa noir, con i romanzi di Massimo Carlotto ambientati nel Nordest e accusati di diffamazione dalle autorità leghiste, ma anche con quelli di Piero Colaprico che indaga su come sia cambiata la criminalità a Milano con alle spalle il suo lavoro di giornalista, ecco che l'infiltrazione della criminalità organizzata nell'Italia settentrionale  viene finalmente accettata come dato di fatto e da combattere. Ora si cominciano ad avere ampi e articolati riscontri effettivi e non c'è più bisogno di nascondersi dietro la creazione letteraria per dire come stanno le cose, ma si possono costruire libri precisi di denuncia. 
Lo hanno fatto Francesco De Filippo e Paolo Moretti che con Mafia Padana hanno seguito la Nord le tracce della diffusione delle mafie, attratte dalla parte più ricca del paese, sempre all'inseguimento dei soldi, dove ci sono.
Così i luoghi cambiano, ma i metodi, ricatti, minacce, attentati, collusioni, rimango no gli stessi che mafia e 'ndragheta hanno messo a punto in anni e anni nei loro luoghi di origine. I due giornalisti hanno condotto una vera e propria inchiesta, si sono letti cronache e atti delle indagini giudiziarie e dei processi,  hanno unito tasselli apparentemente lontani rivelandone la vicinanza e per concludere amaramente, che le situazioni sono sempre le stesse e nella avanzata e ricca Lombardia c'è la stessa omertà che si denuncia in Sicilia o in Calabria. Gli autori, passati dalla Liguria sino al Friuli, annotano che  "tra le decine  di imprenditori, dipendenti di enti locali, professionisti, operatori finanziari, bancari tartassati, ricattati e picchiati, a cui hanno violentato la moglie o sequestrato i figli, distrutto l'automobile, alla cui azienda hanno appiccato il fuoco, cancellato il sonno con telefonate notturne, non ce ne è uno che abbia denunciato", questo mentre stragi, ammazzamenti, regolamenti di conti, guerre per bande sono diventati un fatto diffuso.
Altri due giornalisti, Barbacetto e Milosa, si sono invece concentrati su Milano e sui boss che ormai ne regolano in parte la vita e ne danneggiano lo sviluppo, tra racket del pizzo, riciclaggio di denaro sporco, spaccio di cocaina, sino alle infiltrazioni violente e su base ricattatori negli appalti e lavori pubblici. Ricordando la maxi retata di 300 uomini della 'ndrangheta del 13 luglio 2010, gli autori ricordano come la Moratti sindaco sminuisse le notizie e il prefetto Lombardi scriva che non si può parlare di mafia nell'accezione classica, quindi indagano innanzitutto proprio i rapporti tra politica e politici con la criminalità organizzata, facendo nomi e riferimenti precisi. Ora sarà difficile, oltre che sempre più pericoloso per il futuro dell'Italia, chiudere ancora gli occhi.
(ANSA).

giovedì 3 novembre 2011

Quando l'Africa sorride


Hai notato? chiede Emanno
Cosa?
Qui non sorride nessuno
Milano Linate, ore 9 del mattino. Non è solo un'impressione. Sarà l'abitudine di osservare il mondo da un obiettivo, ma Ermanno scatta la fotografia perfetta: è vero, qui non sorride nessuno. O, almeno, non è l'attività principale. 
C'è poco da ridere, si potrebbe obiettare non senza ragioni. Ma perché, in Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri dell'Africa, con un presidente che in quanto limpidezza nel prendere il potere e nel detenerlo lascia alquanto a desiderare, con una percentuale di analfabetismo spaventosa, dove la mancanza d'acqua è IL problema, ci sono davvero più motivi per sorridere?
Eppure ti giri e incontri gente che si scambia battute, che si dà la mano con vigore, che pur senza conoscersi si ferma e chiacchiera, che saluta gli estranei e si stampa in faccia un'espressione felice. Chissà, forse è questo sole che illumina senza timor di nuvole per 9 mesi all'anno. O forse la fierezza di quel nome, Burkina Faso, due parole prese dai due principali dialetti della nazione che significano: il Paese degli uomini integri.
La crisi? C'è e forse ci sarà per sempre. Perché non è solo ed esclusivamente una questione di economia. E' qualcosa di più profondo. Che tocca lo stare assieme. Che riguarda il rapporto con l'altro. Che afferisce alla solidarietà e alla voglia di aiutare e di essere naturalmente altruisti. Mi rendo conto di essere, io per primo, altruista per calcolo: per pagare un dazio alla fortuna di avere avuto la vita che ho, per sciacquare una coscienza che sa di avere macchie difficilmente lavabili, per appagare un ego e un amor proprio che ha bisogno di sentirsi utile. Ma l'altruismo è un'altra cosa. E' una casa sempre aperta a chi vuole entrare. E' non chiudere mai la porta in faccia a nessuno. Tutte queste cose, in Africa, le ho viste.
Hai notato? Qui non sorride nessuno... facciamolo noi.

giovedì 20 ottobre 2011

Italia, oggi... Viaggio sul titanic

Un italiano alla guida della banca centrale europea... I ministri tagliano gli stipendi a tutti, non a loro... Azienda metalmeccanica annuncia 300 esuberi... Napolitano esterna la sua preoccupazione, berlusconi non ascolta e sonnecchia... Gli arrestati per le violenze a Roma "non siamo stati noi"... Ricomincia x-factor... Frattini in formato pinocchio... Lavitola nel gatto e nella volpe contemporaneamente... Fuori casa c'è il vento... C'è una nuova manovra da varare, e loro litigano; c'è un nome autorevole da cercare per bankitalia, e loro litigano; c'è da lasciare intatti i propri stipendi, e loro sono d'accordo... Carlà diventa mamma... Chiusi i ministeri a Monza: ora chi lo spiega al trota che un ministero non è una monoposto di formula 1?... L'ad di unicredit indagato... Amici è alla sua undicesima edizione... Per oggi può bastare, domani è un altro giorno, ma assomiglierà a oggi, come oggi assomiglia a ieri... e intanto l'orchestrina suona



lunedì 10 ottobre 2011

Il maschio che c'è in me




Mia moglie è indecisa sull'abito da indossare. Io, seduto su un "sacco" alla Fantozzi, felpa degli yankees e pantaloni della tuta addosso, la osservo perplesso. E pensando alla scelta di ciò che metterò io liquido la faccenda con un: mi vedi preoccupato?
Per forza, tu sei un maschio.
I cliché esistono per un motivo: perché sono veri. E le eccezioni servono solo a confermare la regola. Già, sono un maschio. A volte evoluto, quando voglio darmi un tono, altre grezzo come un pezzo d'argilla pronto per essere plasmato, o più propriamente un tronco che non ha mai visto scalpelli in vita sua.
Come maschio grezzo seguo ragionamenti elementari e vivo di piaceri semplici: una tartare di tonno, un bicchiere di buon vino, il sole sulla pelle, quattro chicchiere tra amici, un tour con il boss, un sorso di birra, una barzelletta sconcia... Mia moglie, invece, come femmina è più strutturata e vive di piaceri meno immediati, seppure più nobili: un bel quadro, una rivista di design, un'accesa discussione con un'amica sul futuro dei rispettivi figli, un lavoro ben fatto, un vestito bello da indossare.
Poi ci sono le sfumature, è chiaro, e la sua complessità dà sapore allo stare assieme... ma in fondo so che lei ha ragione: spesso percorro la vita con leggerezza. Se questo vuol dire essere maschi, felice di esserlo.

Tutto lecito?



La domanda sorge spontanea, dopo che gli occhi sono riusciti a mettere a fuoco lo striscione appeso in mezzo alla strada a rovinare il blu di un cielo da paura: davvero è sempre tutto lecito? Non mi riferisco a infrangere il codice penale (anche se ci sono così tanti italiani - leggi ad esempio gli evasori - che lo fanno trovando oceani di scuse per addormentare i propri sensi di colpa), ma a seguire vie legali solo formalmente, ma non eticamente.


Lo striscione - ammetto, la foto con il cellulare m'è venuta uno schifo - recita così: "Il gioco d'azzardo non conoscere la crisi. Investi nel settore e triplica il tuo denaro". Sottotitolo: ecchissenefrega se il gioco d'azzardo rovina la gente. Ecchissenefrega se dietro il gioco d'azzardo si nasconde spesso, a volte sempre, la criminalità organizzata. Ecchissenefrega se attorno al mondo del gioco d'azzardo si affannano strozzini, prestasoldi senza scrupoli, riciclatori di denaro macchiato di chissà quali zozzeria. Già: chissenefrega.


In quanti, nel sentire la musica dell'orchestrina che dal Titanic è salita a bordo dell'Italia, si chiedono: ma io cosa posso fare per cambiare veramente le cose? Magari piantandola di fregarsene. Magari smettendola di calcolare il futuro avendo come unico orizzonte quello delle proprie tasche. Magari pensando che non sempre tutto è lecito, anche se formalmente sembra esserlo.


Pistolotto terminato.

venerdì 7 ottobre 2011

I figli dei sogni e della follia




L'emozione di cui scrivo oggi è l'orgoglio per conto terzi. L'orgoglio di chi ha seminato nella stessa prateria di sogni e sentimenti nella quale, 56 anni fa, è stato piantato anche il seme da cui è nato Steve JobsFollia? Ovvio che sì. Non ce l'ha insegnato lui?


Si parla spesso di fallimenti adottivi, e sempre troppo raramente dei successi. Questo esercizio di pessimismo serve per sondare le reali motivazioni che spingono un uomo e una donna a volersi mettere in viaggio sul sentiero dell'adozione, ma come sempre la luna ha due facce. Come la mela. E tra i tanti  dolorosi insuccessi, oggi voglio raccontare una storia dal sapore completamente differente. Una storia nota al mondo intero.


E' la storia di Steve Jobs. Il "visionario" è un figlio adottivo. Lo ha raccontato lui stesso, agli studenti di Stanford: "La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All'ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei veri genitori, che allora si trovavano in una lista d'attesa per l'adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, non previsto; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica  venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l'adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all'università".


Senza quei veri genitori, Steve non sarebbe mai diventato il "guru di Cupertino", e il mondo non avrebbe conosciuto l'iPod, l'iPhone o l'iPad. E, soprattutto, non avrebbe mai ascoltato il messaggio folle e irrazionale di un uomo diventato per molti un'icona.


Il segreto del successo sono due genitori che hanno amato senza riserva alcuna quel bambino rifiutato da altri, lo hanno cresciuto coltivando i suoi sogni, non gli hanno nascosto la sua storia e nel raccontargliela gli hanno permesso di conoscere le sue origini senza che queste lo intrappolassero nel passato, nei suoi troppi rimpianti e nei suoi dolorosi rancori.


Scrivo queste povere righe seduto davanti a un Mac. Con l'idea un po' irrispettosa che ogni bimbo adottato e ogni genitore adottivo sono portatori di quel seme folle e geniale che si chiama "sogno". Sono persone che hanno anticipato il consiglio che Steve ha voluto dare agli studenti di Stanford, nel giorno della loro laurea: "Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone". Ogni famiglia che ha piantato radici nell'adozione conosce molto bene questa verità. Che si vive solo rimanendo affamati di sogni e passioni e folli d'amore e di visioni.


martedì 4 ottobre 2011

Il mio urlante silenzio


Quanta ipocrisia in questa epoca di facebook, di twitter, dei blog, dei videofonini, delle vite in diretta, del privato offerto al pubblico in tempo reale. Tutto pensato e organizzato come le fondamenta per un nuovo mondo meno segreto, meno silenzioso, meno censurato. Ai paradossi piace infiltrarsi nelle nostre certezze per sorprenderci e non dovrebbe stupire, quindi, se tutta questa manifestazione di trasparenza è solo un inganno.


Saranno gli anni che passano e le consapevolezze che crescono, ma mai come in questo tempo sento forte attorno a me un'aria che sa di chiuso e stantio. Il retropalco perfetto per la rappresentazione del silenzio. Ma non di quel silenzio carico di riflessioni, idee, energie da ricaricare, di un attimo di attesa per qualcosa di buono che sta per nascere. No, quell'altro silenzio: quello delle storie mai scritte, degli inganni da tenere nascosti, delle piccole grettezze spazzate in fretta sotto un tappeto.


E così accade che un amico si trovi in difficoltà per causa mia. A causa del mio non silenzio. Per colpa di quel principio, in cui credo fermamente, per il quale è giusto che gli altri sappiano. Che le storie, quando sono simboliche di qualcosa che va oltre la sfera del personale, debbano essere raccontate. Nessuna novità, la conoscenza fa paura a chi tira i fili. Ce lo insegna la storia. E così chi ha letto e non ha gradito ha giocato la classica mossa del giocatore privo di fantasia, l'unica che conosce: l'arrocco. Ha ripreso. Minacciato. Additato il mio amico. E lo ha redarguito: d'ora in avanti, silenzio.


Ci sono troppe persone che ci vogliono obbedienti. Adoranti. Vuoti. Privi di fantasie ed emozioni. Teste disarticolate che sanno solo annuire. Perché solo così pensano di poter tener stretto il proprio potere. 


A voi vorrei dire che, zitti zitti, stiamo arrivando. Ma non è vero. Perché zitti non siamo davvero capaci di restare.

lunedì 3 ottobre 2011

494


Mia nonna teneva la rubrica personale con i numeri e gli indirizzi all'ingresso di casa. Ovviamente vicino al telefono. Era una lettura agile che richiedeva pochi istanti. Anch'io, quando ho cominciato ad annotare i contatti dei miei amici e della cerchia dei conoscenti, ero riuscito a fare un elenco discretamente snello e agile. Certo lontano anni luce (o si deve dire anni neutrini, d'ora in poi?) dai 494 nominativi con annessi recapiti telefonici che compaiono, oggi, sul mio cellulare. 


Sono rimasto impressionato, da quel numero: 494. Poi ho iniziato a sfogliarlo velocemente. Cercando di far cadere lo sguardo sui recapiti più importanti. Quelli a cui non avrei assolutamente rinunciato. E qui ho avuto un sussulto, quando mi sono chiesto: su 494 nominativi inseriti nella rubrica personale, qual è davvero la percentuale degli amici?


Ho nuotato la vita a ritmi diversi. A grandi bracciate, a volte. Altre facendomi semplicemente trasportare dalla corrente. Oppure con pigri colpi di gambe. Ma di acqua me ne sono lasciata alle spalle. Ho incontrato altri nuotatori: con alcuni ho condiviso tratti più o meno lunghi, con altri poche ma intense immersioni. Appoggiato su uno scoglio riguardo indietro, scrutando l'orizzonte, e scopro che di alcuni non ricordo neppure il nome. Che di altri non rammento i volti. Mi rendo conto che non manca qualche rimpianto. E che la memoria conserva spesso il dolce e l'amaro: li sento scivolare lungo la lingua, ripensando a questa o a quello.


Flaubert ha scritto che l'avvenire ci tormenta, il passato ci trattiene e in questo modo il presente ci sfugge. E invece è proprio sull'adesso che voglio fermare i miei pensieri. Su quel numero: 494. Un dato numerico che nulla dice della qualità dei miei contatti. Quante volte accade che proprio tra i grandi numeri si nasconda la solitudine. No, non voglio dire di essere solo o di sentirmi tale. Ma nel momento in cui ho realizzato il quanto m'è anche venuta voglia di pensare al come, voglia di fermarmi e pensare. Valutare. Pesare. Assaporare. 


E così facendo ci sono ricascato. Il presente m'è scivolato di nuovo via dalle dita. Regalando il tempo a cervellotiche masturbazioni neuronali. Che, al contrario di altre analoghe pratiche, conducono all'alienazione senza neppure il gusto del piacere.

mercoledì 28 settembre 2011

Giugno a San Siro



Il sapore dolce della speranza dopo una giornata amara è una meravigliosa medicina. E' bastata la classica mollica di Pollicino perché la voglia di musica, il folle e irrazionale desiderio di passare ore sotto il sole ad aspettare che si accendano le luci, il desiderio di respirare l'energia positiva di quei concerti tornasse a tormentarmi con dolce prepotenza. Bruce Springsteen is back. Non è ufficiale, ma è come se lo fosse. Gli indizi che lo raccontano, dopotutto, sono davvero tanti. Non da ultimi alcuni commenti postati su fb da Claudio Trotta, organizzatore dei concerti italiani del Boss, che lasciano pensare a un concerto da non perdere assolutamente nella prima quindicina di giugno. Quale? Io riesco solo a immaginare Bruce a San Siro.
Ma andiamo con ordine. Agli inizi di settembre (lo avevo scritto in questo post) su internet erano comparsi una serie di tasselli che, messi assieme, dicevano in sintesi: Bruce sta lavorando a un nuovo album in studio, che non registrerà con la E Street Band, a cui seguirà un tour mondiale. Si pensava a un ritorno in Italia in autunno, almeno così scriveva nella sua newsletter "Killer in the sun" Colombati. Ma alcuni messaggi nella bottiglia gettati nel fiume e pescati dalla Rete ieri fanno pensare a qualcosa di diverso.
Scrive Claudio Trotta, replicando a un commento al link al video Leap of Faith che gli diceva "mr Trotta riportacelo": ...wait and see.... Facendo seguire al messaggio sibillino una serie di sorrisi. Sorrisi che ritroviamo a un altro commento su un altro video del Boss, Metamoros Banks: "Giugno è proprio un bel mese". La frase gli dev'essere piaciuta così tanto, al nostro, da spingerlo a metterla a commento della sua pagina fb. S'è scatenato ovviamente il panico. Alimentato da un ennesimo commento nel Nostro: ...c'è un tempo per ogni cosa ed ogni cosa a suo tempo, ma giugno soprattutto nella prima quindicina, credo proprio che sarà un bel mese. A me basta questo per sognare. E per essere già in tensione per la corsa al biglietto, al braccialetto per il pit, al biglietto aereo più economico per andare a vedere quel maledetto ragazzino di 62 anni in giro per l'Europa. E' follia, lo so. Ma è una dolce follia. Con la sua musica, le sue canzoni, i suoi personaggi sono cresciuto. E' la colonna sonora di ciò che sono. E non me lo perderò per nulla al mondo. 

giovedì 22 settembre 2011

Extraterrestre

Domani sera abbiamo una meravigliosa opportunità. Alziamo gli occhi al cielo, che un simpatico e pesantissimo satellite sta per caderci sulle teste. Alziamo gli occhi al cielo e, vedendo quella stella cometa calare sulla terra, esprimiamo il nostro desiderio: che i rottami di quel pezzo d'antiquariato spaziale finiscano dritti sulle teste dei nostri antiquai pezzi di politici terrestri. Con qualche calcolo e una buona mira possiamo liberarci in un sol colpo dei responsabili di scilipoti e degli irresponsabili di gasparri, dei "ne ho potuto accontentare solo 8" di silviuccio e dei "non ne accontenta nemmeno una" di rutelli, dai fini "ho una casa a montecarlo" agli scajola "non so chi mi paga l'affitto", dai bossi "ce l'ho duro" ai trota "papà, ma cos'è che c'hai duro?". L'elenco è lungo, mannaggia...basterà la rottamazione di un solo satellite Nasa?



martedì 20 settembre 2011

La cavalcata dei disonesti



Rimedi cercansi contro questa dilagante allergia all'onestà e alla legalità. Le cronache quotidiane soffiano sulle mie giornate storie disarmanti, come fossero foglie secche spinte fin sulla porta di casa da un dispettoso vento autunnale. L'ultima riguarda non già quel premier con la patta dei pantaloni difettosa (non che su di lui manchino novelle da raccontare, tutt'altro), bensì un leader del centrosinistra.


Il leader del centrosinistra in questione è Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano, ora consigliere regionale lombardo da 12mila euro al mese di stipendio, accusato di essere un corrotto, di aver sperperato denaro pubblico, di essersene infischiato della buona amministrazione preferendo scendere a patti con palazzinari e imprenditori con lo stomaco affollato di pelo. Il buon Penati ha detto che lui non ha alcuna intenzione di dimettersi dalla carica di consigliere regionale. E figurarsi. S'è mai visto in Italia un uomo pubblico che fa un passo indietro, perché dovrebbe essere lui un'eccezione? E infatti neppure questa lo è. 
La cosa non mi meraviglia, perché a torto i politici considerano il loro incarico un diritto alla stregua di un lavoratore in un'azienda e le loro prebende un vero e proprio stipendio, e non un'indennità provvisoria. Semmai mi sconcerta che il suo partito, che urla e sbraita di legalità e rispetto delle regole, non sia insorto per dirgli: bello mio, quella è la porta. Prendila e ritirati a vita privata. Chissà quando questi amministratori capiranno che se sono dove sono è perché sono stati mandati lì dagli elettori sulla base di un'immagine e di un programma che, quando viene stravolto dagli eventi, non può non far approdare il diretto interessato alla sola scelta giusta: levare le tende. Sono pronto a scommettere che la stragrande maggioranza di coloro che hanno votato Penati, oggi non lo voterebbe più. E non lo voterebbe più anche a fronte di un'assoluzione da tutte le accuse. Perché al di là del codice penale, il comportamento di Penati come uomo e politico fotografato impietosamente dall'inchiesta della procura di Monza è del tutto inadeguato a un rappresentante del popolo. 


Stavo per scrivere, in questo posto, anche la storia di Cecilia Carreri, ex gip di Vicenza. Ovvero il magistrato che un bel giorno s'è presentata in ufficio con un certificato di malattia che le ha consentito di prendere quasi un anno di aspettativa - retribuita - dal lavoro. A dispetto della sua "malattia fisica invalidante"  la nostra trascorreva la malattia a far regate in barca a vela sull'Atlantico. Oggi la Stampa aggiorna la storia, dicendo che la nostra è stata condannata a risarcire un danno di 7mila euro e che la sola sanzione ricevuta è stata il trasferimento. La cosa mi aveva già mandato su tutte le furie, non fosse che ho verificato che il giudice Carreri non è più giudice, si è tolta dall'ordinamento giudiziario forse annusando la malparata sul suo conto. In un'Italia in cui tutti restano saldamente al loro posto, questa è senz'altro una buona notizia. Altrove sarebbe solo la prassi.

lunedì 19 settembre 2011

Springsteen, torna il boss


Gli echi su internet hanno già messo in agitazione il popolo del boss del rock ’n’ roll. Nulla di ufficiale, ma secondo voci sempre più assistenti e molto accreditate Bruce Springsteen (nella foto Ansa) uscirà con un nuovo album forse già nel mese di novembre e nell’autunno del prossimo anno potrebbe tornare in tournée in Europa, Italia inclusa.
Un album molto diverso dagli ultimi, quello al quale il rocker del New Jersey, rimasto orfano
pochi mesi fa del saxofonista Clarence Clemons, sta lavorando. Sul web è tutto un rincorrersi di notizie e indiscrezioni. A scatenare le voci è stato Ron Aniello, produttore dell’album "Play it as it lays" di Patti Scialfa, ovvero la signora Springsteen. Il produttore statunitense sul suo sito aveva aggiornato la lista della sua discografia aggiungendo un imminente album del boss. Informazione rimasta sul sito poche ore e presto cancellata. 
Il secondo indizio di un album imminente è legato alla pagina twitter del batterista Matt Chamberlain, (Pearl Jam e Peter Gabriel) che ha scritto: «Sto andando nel New Jersey per registrare con un tizio di là. Sono emozionato». Messaggio non certo misterioso, finito presto nell’oblio come il messaggio del produttore Ron Aniello.
Nel nuovo album non ci sarà spazio per la E Street Band, storica compagna di viaggio dei lavori di Springsteen. Non si tratta però di un addio, ma solo di una pausa limitata alla registrazione in studio, infatti Bruce e la sua band saranno impegnati in un nuovo tour mondiale nel 2012, con passaggio in Italia previsto verso l’autunno dell’anno prossimo.
C’è grande curiosità e attesa tra i fans per sapere come il boss pensa di far fronte all’insostituibile mancanza sul palco dell’inarrivabile sax di Clarence Clemons, morto all’età
di 69 anni nel giugno scorso. Su questo fronte vi sono soltanto ipotesi, anche se appare abbastanza certo che tornerà sul palco la tromba di Ed Manion, comparsa alla fine dell’ultimo tour del 2009 nella canzone "Wrecking ball". Manion dovrebbe essere affiancato da una ricca sezione fiati. 
Per gli appassionati di Bruce Spingsteen non resta che convivere con il quesito: come sarà il nuovo album del boss? Sui blog specializzati si parla di un sound che è una via di mezzo tra "Darkness on the edge of town" e "The ghost of Tom Joad". Che, a onor del vero, vuol dire tutto e niente.


(da la provincia)

sabato 17 settembre 2011

La risuolatrice incazzata


Serve un professionista. Possibilmente un artigiano paziente, di quelli che tutto aggiustano e tutto sistemano. E che mettono a frutto il mestiere, imparato in anni di sapienti e consapevoli miglioramenti. Serve qualcuno che intervenga per far fronte al drammatico e inarrestabile scollamento tra le troppe facce di palta che indegnamente sono chiamate a governarci e a rappresentarci e noi. Noi, il popolo. Noi, i cittadini. Noi single, mariti, mogli, padri e madri, nonni e nonne. Noi artigiani, operai, professionisti, dirigenti. Noi contadini, casalinghi, imprenditori. 
E' giunto il momento di piazzarci all'esterno dei palazzi romani e alla vista di volti di tolla quale Roberto Castelli gli si dica: no, tu qui non puoi più entrare. Ci dev'essere, da qualche parte, una norma che imponga ai governanti e agli amministratori che insultano i cittadini di levare le tende. Come può uno come Roberto Castelli andare in televisione e dire: "Io sono un povero. Ho scelto la politica e sono povero" sapendo di aver dichiarato un reddito pari a 145mila euro lo scorso anno? Come può farlo e non essere ricacciato a pedate nel culo nell'oblio in cui è vissuto prima di diventare inspiegabilmente un ministro della nostra Repubblica? E come può un presidente del consiglio avere il polso dei reali problemi della gente se in una sola serata versa in nero a un esercito di soubrette "svestite" da suora la stessa cifra che un operaio o la cassiera di un supermercato guadagnano in due anni di lavoro?
Serve una Risuolatrice, uno di quei vecchi negozi di quartiere a cui le nostre nonne si rivolgevano per rimettere a nuovo ciò che si era inesorabilmente rotto. Una Risuolatrice che riattacchi alla scarpa le suole che hanno preso strade differenti. Ecco cosa serve allo Stivale: un esercito di sorrisi e idee che dia un biglietto di sola andata a coloro che negli ultimi anni sono rimasti seduti nel Parlamento, nei ministeri, al governo, nelle sedi dei partiti e che con la loro ingordigia, con il loro cieco se non addirittura consapevole silenzio di fronte alla corruzione dilagante, al malgoverno, al malaffare, hanno permesso che il nostro Stivale di scollasse. 
Voglio al potere uno studente che sappia, perché lo ha vissuto sulla propria pelle, cosa significa il diritto allo studio, cosa vuol dire far fronte alle tasse universitarie, come si traduce una laurea nel deserto di opportunità che offre questa nazione. O un ricercatore che non trova sbocchi perché pressato e oppresso dai baroni lottizzati.
Voglio al potere un operaio che racconti ai colleghi seduti in Parlamento cosa significhi lavorare in fabbrica. Cosa vuol dire attendere il suono della sirena, dover timbrare il cartellino, varcare i cancelli della fiat nelle nebbiose e buie mattinate invernali.
Voglio un giovane imprenditore costretto a barcamenarsi nei meandri della costosissima e burocratica macchina dello Stato. Un giovane ancora non macchiato dalla schifosa piaga dell'evasione fiscale e che possa pretendere con orgoglio e a testa alta un trattamento equo da uno Stato che ha già issato sul pennone bandiera bianca.
Il solo modo per riscattare questo Paese dal disastro totale è rivoltare come calzini pieni di polvere i palazzi del potere. E' spazzare via con un colpo di ramazza i Tarantini, i Lavitola, i faccendieri, quelli che hanno avuto il coraggio di sbellicarsi dalle risate mentre la gente moriva sotto le macerie delle case dell'Aquila che crollavano per il terremoto. Via i D'Alema, i Casini, i Rutelli, i Fini, i Gasparri: i loro volti tristi, grigi, inutili hanno riempito gli schermi tv per troppi anni rendendoli complici dello schifo attuale. E, ovviamente, via a pedate nel culo i Castelli, i Berlusconi, i Ghedini, i Bossi, i Tremonti. Tappezziamo il Parlamento e i ministeri con le loro facce e con la scritta: "Io, qui, non posso entrare".
Questo Paese è andato a puttane per troppo tempo. E' ora di chiudere i "Palazzi chiusi".

lunedì 12 settembre 2011

DDay

Mentre, volante in mano, tenevo casa mia come orizzonte, mi ripromettevo di scrivere tanto e volentieri sulle emozioni delle mie vacanze. Poi sono tornato e i buoni propositi, come sempre, sono stati stritolati dalla quotidianità. Ma per una volta, pur con tempi differenti rispetto a quanto desiderato, quella promessa fatta a uno stanco guidatore vorrei davvero mantenerla.


Il cimitero americano con vista su Omaha Beach è stato, senza dubbio, il momento più emozionante. Quello maggiormente carico di significati e sensazioni. Colmo di storie da raccontare a mia figlia. E di gratitudine. Ho sempre avuto un rapporto burrascoso con l'America. Troppi contrasti. Troppe prevaricazioni. Troppi scheletri nell'armadio per amarla. Eppure ci sono pagine della storia che mi obbligano a fermarmi e a togliermi il cappello di fronte a un popolo come quello americano. Lo sbarco in Normandia è una di quelle pagine. Passeggiare sull'interminabile tappeto d'erba disseminato di croci bianche a Omaha Beach è stato come rileggere quella pagina di storia. Decine di migliaia di ragazzi, molti dei quali probabilmente all'epoca neppure sapevano cosa fosse l'Europa, morti per liberare il mondo dal nazismo. C'è una frase scritta su un muro bianco del toccante memoriale all'ingresso del cimitero: "Se mai ci fosse bisogno di una prova per dire che noi abbiamo combattuto per una causa e non per sete di conquista, la si può trovare in questo cimitero". Con tutti i loro limiti, con tutte le loro colpe, con tutte le loro contraddizioni, gli americani hanno contribuito a far sì che oggi io potessi essere qui a scrivere liberamente, senza censure, queste povere parole su internet. E che tu potessi replicare, magari criticando. Quelle croci bianche sono la garanzia della nostra libertà.

sabato 10 settembre 2011

La storia bussa, abbassiamoci







In tutti noi alberga, a suo modo e con gradi sensibilmente differenti, l'animo del banchiere tedesco della Bce che se n'è andato dalla banca europea sbattendo la porta perché contrario agli aiuti a Spagna e Italia. Quanti politici, economisti e notabili italiani hanno storto il naso di fronte a quel banchiere, accusato di miope egoismo. Molti sono gli stessi politici, economisti e notabili che hanno preferito fingere un'amputazione piuttosto che stringere la mano tesa di paesi, popoli, famiglie in difficoltà. Se vogliamo trovare un lato positivo alla crisi che si abbatterà come uno tsunami sulla nostra povera economia, potrebbe arrivare proprio dall'improvviso e inatteso obbligo a indossare i panni degli altri. Di quelli che abbiamo lasciato alla porta. Di quelli che "sono problemi così lontani da noi...". Di quelli che si sono sentiti dire: fuori di qui,, questa è casa nostra. C'è sempre un momento in cui la storia cambia e sceglie nuovi protagonisti. Non so se quel momento sia arrivato, di certo se lo fosse sarebbe un ottimo insegnamento e un'impagabile, seppur dolorosa, scuola per quel banchiere tedesco che guida i nostri egoismi. La nostra cecità. La nostra mancanza di voglia di mettere i panni degli altri, prima di essere costretti a farlo da cause di forza maggiore. Ora abbiamo un bel dire che l'atteggiamento di chiusura del membro della Bce, la cui decisione di andarsene ha fatto crollare le borse, è sciocco e controproducente. Che il crollo di uno dei paesi dell'Europa potrebbe essere il domino che provoca il crollo dell'Europa intera. Che se si pensa solo al proprio orticello, il prato attorno rischia di diventare un deserto. Tutto vero. Peccato accorgersene soltanto adesso... nel momento in cui ci accorgiamo che i confini del terzo mondo non sono mai stati così vicini.

giovedì 8 settembre 2011

Io, qualunquista sul baratro

Non hai anche tu la sensazione di essere sull'orlo del baratro in un'affollata giornata di nebbia? E di sentire la calca attorno che spinge, si agita, si muove, chiacchiera senza avere alcuna idea del fatto che proprio lì, a pochi passi, forse un sospiro appena, c'è il burrone? ... da qualche settimana ho l'impressione di vivere le mie giornate come potrebbe vivere un marziano: con consapevolezze o solo timori differenti rispetto a quelli della stragrande maggioranza di coloro che mi stanno attorno. Almeno, così mi sembra. Tutto procede come sempre, con la rassicurante routine della quotidianità. Quasi a volersi negare quella brezza lieve che si alza dal fondo dello strapiombo. Poi ho letto le cronache sul dibattito al Senato legato alla manovra finanziaria, e ho avuto la certezza di due cose: che il baratro è più vicino di quanto non si pensi e che nessuno, ma proprio nessuno ha voglia di ammetterlo con chiarezza neppure a se stesso.
No, non è un masochistico desiderio di rassegnato pessimismo, ma l'auspicio di un maggiore realismo. Ieri un piccolo imprenditore che guida una di quelle piccole aziende che hanno tanto, ma tanto lavoro, mi ha confessato che se i suoi creditori (primo fra tutti lo Stato) non provvederanno a pagargli le fatture emesse fin dal 2009, lui sarà costretto a mettere in liquidazione la società. E ho pensato: se uno come lui, a cui non bastano le 24 ore al giorno per far fronte a tutti gli impegni di lavoro, che ha fatto crescere la sua piccola impresa facendola diventare una piccola macchina da soldi (virtuali, purtroppo per lui) pensa seriamente di chiudere baracca e burattini, cosa dovrebbero fare le decine di migliaia di aziende che di lavoro non ne hanno? 
Ecco, un'altra spinta... l'orlo si avvicina ma c'è troppa nebbia per vederlo. E intanto lo Stato mi chiede i soldi per la tassazione separata sul mio tfr già tassato, il condominio una sanguinosa rata per lavori straordinari, il meccanico mi tartassa per la revisione dell'auto, e poi i libri di mia figlia, la caldaia che si è guastata, la rata per il mutuo, l'aumento dell'iva, i licenziamenti più facili, il terrore di una patrimoniale sull'unica casa di proprietà, la pensione che non arriverà mai... in una folle corsa verso il vuoto. 
Per fortuna accanto a tante incertezze ci sono anche dei punti fermi inossidabili: le ricchezze e gli squallidi e vergognosi privilegi a cui i nostri politici anche questa volta non sono stati capaci a rinunciare, cambiando in extremis la norma sul dimezzamento delle loro prebende.
Mi giro e provo a guardare i volti di quelli che mi spingono alle spalle. Ecco, forse uno l'ho riconosciuto. Dov'è che l'ho già visto? Ma certo, è quell'attempato fancazzista che siede in Parlamento...e quell'altro è quel "responsabile" sottosegretario...e quell'altro ancora è quel sorridente presidente del consiglio...e mi viene voglia di urlare: spostiamoci e lasciamoli passare. Che ci finiscano loro nel baratro.


ps. lo so, vorresti darmi del qualunquista anche tu...e forse hai ragione. Ma se su c'è tanto qualunquismo su politici sempre più squallidi, un motivo ci sarà anche...